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I LAICI E LA REGOLA DI S. GIOVANNI DI MATHA.

La Regola di S Giovanni de Matha non è stata scritta solo per i religiosi; anche coloro

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che non hanno abbracciato la vita consacrata possono trovare in essa principi di vita.
Ancora lui vivente, l'Ordine della Santa Trinità, oltre alla vera e propria famiglia religiosa, comprendeva altre componenti. Nel secondo capitolo, infatti, è scritto: "[...]dei domestici, dei quali hanno necessità". Il termine "domestici", così com’è tradotto nella versione ufficiale della Regola, è, a dir poco, restrittivo in quanto dà l’idea di servitori addetti ai lavori più umili. Conoscendo bene lo spirito di amore fraterno che animava S. Giovanni, penso che sia da escludere che egli avesse intenzione di regolamentare una forma di servitù nel suo Ordine. Il termine originale latino da lui usato è "famulantium”, che deriva da famulus, vocabolo molto usato nella liturgia per indicare il popolo orante che si rivolge a Dio. Il suo significato quindi esprime più un concetto di figliolanza che di servitù.
Senza dubbio questo era anche il concetto che intendeva egli, quando usò tale termine. Dal contesto infatti si capisce che questi aggregati all'Ordine non erano stipendiati come si converrebbe a dei servi, ma vivevano degli stessi proventi con i quali si sostentavano i frati, com’è riportato nel secondo capitolo: "Tutti i beni [...] li dividano in tre parti uguali; ed in quanto due parti saranno sufficienti, compiano con esse opere di misericordia, provvedendo insieme ed in giusta misura al proprio sostentamento e a quello dei domestici, dei quali hanno necessità".
In un altro capitolo della Regola, che citerò in seguito, si ha la convalida di tale affermazione.
Riscatto di schiavi.Che nelle case della Trinità ci fosse bisogno di collaboratori, per così dire, esterni è assodato, a causa del concetto che S, Giovanni aveva delle sue comunità. Nel quarto capitolo è scritto: "I frati in una medesima casa possono essere tre chierici e tre laici, e inoltre uno che sia il procuratore". Come si vede, il numero dei religiosi dimoranti in una casa doveva essere ristretto, nonostante che i loro impegni fossero molteplici. Oltre al riscatto degli schiavi, essi dovevano prendersi cura dei malati e dare assistenza ai bisognosi che trovavano alloggio nelle case della Trinità, come è scritto nel diciassettesimo capitolo: "La cura degli ospiti, dei poveri e dei viandanti sia affidata a un frate". Per ovviare a ciò S. Giovanni ebbe l’idea d’aggregare altre persone, oltre ai frati, alla vera e propria famiglia religiosa, come risulta dalla lettura del sedicesimo capitolo: "Gli infermi dormano e mangino da parte; alla loro assistenza sia deputato qualche converso laico o chierico.
Come si può notare, in questo capitolo Giovanni usa un altro termine, diverso da frate e da domestico, per indicare persone affiliate all'Ordine con compiti strettamente pertinenti alle sue finalità.
Nel ventunesimo capitolo S. Giovanni fa un compendio succinto di come dovevano essere composte le case del suo Ordine. Leggiamolo: "Non solo ai frati ma anche alla famiglia della casa, se è possibile, si faccia ogni domenica un’esortazione.
Come si può notare si parla di due componenti diverse (frati e famiglia) della stessa entità (casa della Trinità). A sua volta la famiglia comprendeva i famuli (o domestici) ed i conversi.
Da quanto s’è detto fino ad ora, si deduce che le case della Trinità, così come le aveva concepite Giovanni de Matha, erano formate da realtà diverse che si integravano fra di loro, operando insieme per un fine comune; e che i componenti di alcune di queste realtà non erano frati (ossia religiosi), bensì laici. A conferma di quanto detto c’è la testimonianza del monaco cistercense Alberico, che tra il 1230 ed il 1240 nel suo "Chronicon” scrisse, tra l'altro, a proposito dell'Ordine dei frati della Santa Trinità: “Di queste piccole congregazioni ne hanno in Francia, Lombardia e Spagna, ed anche oltre mare, fino a seicento, e alcune sono composte da molte persone. Secondo qualche storico dell'Ordine Alberico avrebbe esagerato nel citare il numero di dette congregazioni. Con tutto il rispetto, io sono del parere che egli sia dalla parte della ragione. Lo scrittore, indubbiamente, nel computo volle annoverare sia le case propriamente dette, sia le altre organizzazioni affiliate all'Ordine. Infatti, oltre al fatto che egli è molto preciso nell'esposizione di tutto il resto del testo, parla prima di “piccole congregazioni” e subito dopo asserisce: “e alcune sono composte da molte persone”. Non posso credere in una sua macroscopica contraddizione. Da notare, inoltre, che nel periodo in cui visse Alberico uscirono le prime Bolle pontificie che parlano delle "confratrie", vale a dire di quelle confraternite della Trinità, tuttora esistenti, impegnate in prima persona a collaborare fattivamente con i frati delle case della Trinità nelle loro molteplici attività caritative.

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Scuola elementare costruita dall’ADEAT ad Andriamena (Madagascar)costruito dall’ADEAT ad Andriamena

 

 

CENNI STORICI DEL PERIODO IN CUI E’ STATO FONDATO L’ORDINE.

Redenzione di CervantesNel 1198 si era in pieno Medio Evo, il periodo delle crociate e della jihad. I cristiani ed i musulmani si combattevano tra loro accanitamente. La loro era una guerra di predominio economico e politico, che però aveva come alibi la motivazione religiosa. Da entrambe le parti, la guerra era considerata santa; ma mentre ai caduti in battaglia era assicurato il paradiso, ben diversa era la sorte che toccava agli altri. Ai feriti e mutilati, che ritornavano in patria, li attendeva la più nera miseria (allora non c’erano né cassa mutua né assicurazioni). Per coloro che erano fatti prigionieri, ma sarebbe più corretto definirli "captivi” o schiavi, erano invece riservate umiliazioni morali e sofferenze fisiche d’ogni tipo; oltre ad essere privati della libertà fisica, come accade a tutti i prigionieri di guerra, erano umiliati anche nella dignità. Non c'è, infatti, dignità in un uomo se gli si tolgono la libertà, la cultura e la fede, specialmente se ciò accade nel nome di Dio e della religione.
I nemici sconfitti e catturati da entrambi gli schieramenti, erano da odiare e da perseguitare. L’epiteto più comune, che i due schieramenti si scambiavano, era: “Infedele”, vale a dire non seguace del vero Dio, almeno che non si “convertiva”. Il convertito, però, non godeva ugualmente di tutti i diritti, aveva, da entrambe le parti, delle limitazioni giuridiche ed era considerato con diffidenza. Inoltre gli ex correligionari lo ritenevano un traditore della fede, e quindi di Dio; anche perché la stragrande maggioranza di quelle conversioni non erano spontanee, ma imposte dalla coercizione o, ancor peggio, dalla paura.
Tra una crociata e l’altra, le due fazioni compivano atti di pirateria nelle terre degli avversari, per distruggere selvaggiamente e fare prigionieri. 
Questo stato di cose procurava una gran miseria diffusa nelle masse della gente comune. Anche la povertà costituisce un pericolo per la dignità e per la fede se diventa indigenza di massa e se ad essa si contrappone la ricchezza, basata su privilegi ed abusi, di alcuni ceti.S. Giovanni  de Matha, S. Francesco e S. Domenuco, gli innovatori della Chiesa nel M E
All’indigenza del popolo si contrapponevano, però, il lusso dei nobili e l’ostentato benessere del clero. Dalla base della Chiesa sorsero prima frange scismatiche, denominati movimenti “Pauperistici” (Catari, Albigesi e Valdesi), che condannavano e combattevano l’eccessivo arricchimento del clero; in seguito lo Spirito Santo, che guida e governa la Chiesa, ispirò personaggi della levatura morale di S. Giovanni de Matha, di S. Francesco d’Assisi, che fondò l’Ordine dei Minori o francescani (1209/10), di S. Domenico di Guzman, che fondò l’Ordine de Predicatori o domenicani (1216) e di S. Pietro Nolasco, che fondò l’Ordine dei Mercedari, anch’esso per il riscatto degli schiavi (1218). Questi quattro santi rinnovarono la Chiesa riportandola alle origini del Vangelo, che consiglia ai seguaci di Cristo la povertà.
L'Ordine della santa Trinità e degli schiavi fu la risposta della Chiesa di Dio al suo popolo,  contro il sopruso di coloro che detenevano il potere e lo esercitavano in modo ingiusto e scorretto. La Chiesa è sempre protetta e guidata da Dio, e lo Spirito Santo sa come ispirare le persone adatte al momento giusto.
L'Ordine trinitario non fu fondato come istituzione filantropica o come associazione assistenziale, che guardano all'uomo come tale; ma come opera religiosa, che considera l'uomo immagine e somiglianza di Dio. Esso abbraccia nel suo carisma Dio e l'uomo, ogni singolo uomo; non l'uomo come membro della società.
"Nel nome della santa ed individua Trinità" è scritto nel prologo della Regola che sancisce lo stato di vita dei frati dell'Ordine, alla Trinità sono dedicate le loro case e le loro chiese. Al prossimo bisognoso ed al riscatto degli schiavi erano destinati due terzi delle entrate dell'Ordine e a loro S. Giovanni de Matha aprì le case, affiancate da ospedali ed ospizi. Così i frati dell'Ordine della santa Trinità e degli schiavi predicarono contro le frange più accanite degli eretici del loro tempi: i Movimenti Pauperistici, che si volevano rifare alla povertà evangelica in modo contestatario e spesso violento.
Alle armi affilate degli schieramenti cristiani e musulmani, i frati trinitari opposero la croce rossa ed azzurra, che fregiava il loro petto ed il braccio sinistro, diventata simbolo di libertà, per gli schivi, e di speranza per gli indigenti e gli ammalati.

Franco Citriniti

  

Regola trinitaria: TESTO DELLA REGOLA

Nel nome della santa e individua Trinità:

  1. I frati della casa della Santa Trinità vivano sotto l'obbedienza del prelato della loro casa, che si chiamerà Ministro, in castità e senza nulla di proprio.
     
  2. Redenzione degli schiavi mussulmani e cristianiTutti i beni, da qualunque parte provengano lecitamente, li dividano in tre parti uguali; ed in quanto due parti saranno sufficienti, compiano con esse opere di misericordia, provvedendo insieme ed in giusta misura al proprio sostentamento e a quello dei domestici, che per necessità hanno a servizio. La terza parte, invece, sia riservata per la redenzione degli schiavi che sono stati incarcerati dai pagani per la fede di Cristo; pagando un prezzo ragionevole per il loro riscatto oppure per il riscatto di schiavi pagani, perché poi, a prezzo conveniente e con retta intenzione, sia liberato lo schiavo cristiano commutandolo, secondo meriti e stato delle persone, con lo schiavo pagano. 
    Qualora fosse stato offerto del denaro o qualche altra cosa, anche se data per uno scopo proprio e specifico, un terzo, sempre con il consenso del donatore, sia messa da parte, altrimenti non venga accettata, eccettuati terreni, prati, vigne, boschi, edifici, allevamenti e cose simili. Gli utili che ne derivano, detratte le spese - tolta, cioè, la metà per le spese - siano divisi in tre parti uguali; ma se comportano poca o nessuna spesa, siano tutti divisi. Quando però fossero stati dati, o avessero avuto per iniziativa propria, panni, calzature o cose simili di poco conto, d’uso necessario, che non conviene vendere o conservare, non se ne faccia la divisione, a meno che non sia parso conveniente farlo al Ministro dei frati. Di tali cose, se è possibile, se ne deliberi in capitolo ogni domenica. Se però le cose suddette, come panni, terreni, allevamenti o cose di poco conto fossero vendute, il prezzo che se ne ricava sia diviso in tre parti, come sopra.
     
  3. Tutte le chiese di questo Ordine siano intitolate al nome della Santa Trinità e siano di struttura semplice.
     
  4. I frati in una medesima casa possono essere tre chierici e tre laici, e inoltre uno che sia il procuratore - il quale, come si e detto, non sia chiamato procuratore, ma Ministro: per esempio: fra A., Ministro della casa della Santa Trinità - al quale i frati devono promettere e prestare obbedienza.
     
  5. Il Ministro provveda fedelmente a tutti i suoi frati come a se stesso.
     
  6. Gli indumenti siano di lana, e bianchi; a ciascuno è permesso avere una sola pelliccia e calzoni che, stando a letto, non devono togliersi.
     
  7. Dormano in stoffe di lana, così da non avere assolutamente nelle proprie case - tranne che per gli ammalati - lettiere morbide o materassi. Possono però avere il guanciale per appoggiarvi il capo.
     
  8. Sui mantelli dei frati siano posti i segni sacri.
     
  9. Non cavalchino cavalli, e neppure li abbiano, ma è loro permesso cavalcare soltanto asini, dati, prestati o presi dai loro allevamenti.
     
  10. Il vino che i frati devono bere sia temperato, di modo che possa bersi con sobrietà.
    S. Giovanni de Matha fondatore dell'Ordine
  11. Digiunino dal 13 settembre il lunedì, il mercoledì, il venerdì e il sabato, a meno che non capiti una festa solenne, fino a Pasqua: in modo però che, dall'avvento fino alla Natività del Signore e dalla quinquagesima fino a Pasqua, eccettuate le domeniche, digiunino con cibo quaresimale; facciano similmente altri digiuni, che la Chiesa è solita celebrare. Il Ministro può, tuttavia, qualche volta mitigare con discrezione il digiuno a causa dell'età, per viaggio o per altro giusto motivo o, esaminatane la possibilità, anche aumentarlo.
     
  12. E’ lecito mangiare carne, offerte da persone di fuori o prese dai propri allevamenti, nei giorni di domenica da Pasqua fino all'avvento del Signore e da Natale fino alla settuagesima, e nella Natività, Epifania, e Ascensione del Signore, nell'Assunzione e nella Purificazione della beata Maria e nella festa di Tutti i Santi.
     
  13. Nulla comprino per il vitto tranne il pane e il companatico - ossia fave, piselli e legumi del genere - gli erbaggi, l’olio, le uova, il latte, i formaggi e la frutta. Ma non è lecito comprare né carni né pesci né vino, se non per i bisogni degli infermi o dei deboli di salute o per i poveri, oppure nelle grandi solennità. E' peraltro permesso comprare animali di allevamento e nutrirli. 
    Quando però sono in viaggio o in pellegrinaggio, è loro concesso di comprare, ma moderatamente e se è necessario, vino e pesce durante la quaresima; e se viene loro data qualche cosa, vivano di essa e il rimanente lo dividano in tre parti. Ma se si sono messi in viaggio per redimere gli schiavi, tutto quello che viene loro dato, detratte le spese, devono impiegarlo totalmente per la redenzione degli schiavi.
     
  14. Nelle città, nelle borgate o nei villaggi in cui hanno case proprie, al di fuori di esse, se non eventualmente in casa religiosa, anche se da chiunque pregati, non mangino né bevano assolutamente nulla, fuorché acqua in case oneste; non presumano di pernottare fuori delle predette case. Non mangino né bevano mai in taverne o in simili luoghi malfamati. Chi avesse osato fare ciò, soggiaccia a grave pena, secondo il giudizio del Ministro.
     
  15. Tale sia la carità tra i frati chierici e laici, che abbiano lo stesso cibo, vestito, dormitorio, refettorio e la stessa mensa.
     
  16. Gli infermi dormano e mangino da parte; alla loro assistenza sia deputato qualche converso laico o chierico, che procuri loro le cose necessarie e le somministri come devono essere somministrate. Si ammoniscano tuttavia i malati di non chiedere cibi lauti o troppo sontuosi, contenti piuttosto di una sobrietà conveniente e sana.
     
  17. (La cura degli ospiti, dei poveri e di tutti i viandanti) sia affidata ad un frate tra i più prudenti e benevoli, il quale li ascolti e, se sarà il caso, dia loro il conforto della carità. Chieda tuttavia a quelli che crede di dover accogliere, se sono disposti ad accontentarsi di quanto è servito ai frati. Non è certo conveniente che alcuno sia ammesso a pasti abbondanti e costosi. Ma quel che c'è da dare, lo si dia con gioia, a nessuno sia resa offesa per offesa. Se qualcuno, specialmente religioso, chiede ospitalità, sia accolto benevolmente e servito con carità, secondo le possibilità della casa. 
     Non si dia però agli ospiti né aveva né altro al posto dell'avena, se essi si trovano in città o villaggi o dove essa possa trovarsi in vendita, a meno che gli ospiti non siano religiosi, o tali che non l'abbiano a portata di mano o non possano comprarla. Se poi gli ospiti non l'avessero trovata in vendita e se ne trova nella casa in cui sono stati accolti, sia loro fornita a prezzo conveniente.
     
  18. Nessun frate laico o chierico sia possibilmente senza una sua mansione. Ma se qualcuno non volesse lavorare pur essendone in grado, lo si obblighi a lasciare il suo posto, poiché l'Apostolo dice: "Chi non vuol lavorare, neppure mangi".
     
  19. Osservino il silenzio sempre nella loro chiesa, sempre nel refettorio, sempre nel dormitorio. È permesso parlare di cose necessarie in altri luoghi, in tempi adatti, a bassa voce, con umiltà e decoro; fuori dei luoghi predetti, il loro parlare sia dovunque onesto e senza scandalo. Così pure tutto il loro contegno, comportamento, vita, modo di agire e ogni altra cosa siano in essi trovati dignitosi.
     
  20. Se è possibile, ogni domenica nelle singole case il Ministro tenga il capitolo con i frati, e frati al Ministro e il Ministro ai frati rendano conto fedelmente degli affari della casa e delle cose date alla casa e ai frati, affinché sia destinata la terza parte alla redenzione degli schiavi.
     
  21. Similmente ogni domenica, se è possibile, si faccia un’esortazione non solo ai frati, ma anche ai domestici della casa, secondo la loro capacità, e siano esortati con semplicità su quanto devono credere o fare.
     
  22. Su tutte le cose e sugli alterchi i frati siano giudicati in capitolo.
     
  23. Nessun frate accusi pubblicamente un suo confratello, se non può dare una prova sicura. Chi avrà fatto ciò, subisca la pena che avrebbe dovuto subire il reo nel caso che fosse stata provata la sua colpevolezza, a meno che per qualche motivo valido il Ministro non abbia voluto soprassedere. Quelli che eventualmente avessero dato scandalo o fatto qualcosa di simile o, non sia mai, si fossero percossi a vicenda, soggiacciano a pena maggiore o minore, a discrezione del Ministro. 
    Se qualche frate avesse mancato nei confronti di un altro frate, cioè contro un altro frate e lo sappia solo chi ha ricevuto l’offesa, questi sopporti pazientemente anche se è innocente; e quando gli animi si saranno calmati, ammonisca e riprenda l'altro con dolcezza ed in modo fraterno da solo a solo fino a tre volte, perché faccia penitenza di ciò che ha commesso, e si astenga in seguito da simili mancanze. Se non gli avrà dato ascolto, lo dica al Ministro e questi lo riprenda in segreto, secondo quello che vedrà conveniente al suo bene. 
    Se invece chi ha dato scandalo vuol riparare spontaneamente, si distenda con tutta la persona ai piedi dello scandalizzato chiedendo perdono, e se non basta una volta, lo ripeta fino a tre volte. Ma se il fatto fosse avvenuto in pubblico, qualunque sia la penitenza che ne seguirà, questa sia la prima - la prostrazione, cioè, di tutto il corpo ai piedi del Ministro con la richiesta del perdono -; poi sia ripreso a giudizio del medesimo.
     
  24. Il capitolo generale si celebri una volta all'anno, e si tenga nell'ottava di Pentecoste.
     
  25. Se per necessità della casa si dovesse contrarre qualche debito, questo sia prima proposto ai frati in capitolo, e sia fatto con il loro consiglio e consenso, per evitare così sospetti e mormorazioni.
     
  26. Se qualcuno avesse arrecato danno ai beni della casa e fosse necessario ricorrere al giudice, non lo si faccia prima che egli venga ammonito con carità, in primo luogo dai frati e poi similmente da altri vicini.
     
  27. L’elezione del Ministro sia fatta per comune deliberazione dei frati, e non si elegga secondo la dignità dei natali, ma secondo il merito della vita e la dottrina della sapienza. Chi viene eletto sia sacerdote o chierico idoneo agli ordini. Ma il Ministro, sia maggiore che minore, sia sacerdote.
     
  28. Il Ministro maggiore può ascoltare la confessione dei frati di tutta la comunità del medesimo Ordine. Il Ministro minore invece ascolti le confessioni dei frati della casa, purché la vergogna, per qualche ripetuta trasgressione, non offra l'occasione di confessarsi dai propri Superiori più raramente e con minore schiettezza di quanto convenga.
     
  29. Il Ministro provveda con premura a osservare in tutto i precetti della Regola, come gli altri frati. 
     
  30. Se dopo essere stato eletto egli meritasse di essere deposto per qualche colpa, sia deposto dal Ministro maggiore, dopo aver convocato tre o quattro Ministri minori, e al suo posto sia messo un altro che ne sia degno. Se però per la distanza dei luoghi o per altra ragionevole causa il Ministro maggiore non potesse fare questo, affidi l'incarico a dei Ministri minori più timorati; e ciò che essi avranno fatto, sia ritenuto ratificato dall'autorità del maggiore. 
    Se poi per colpe gravi fosse da riprendere o da deporre il Ministro maggiore, ciò sia fatto da quattro o cinque Ministri del medesimo Ordine tra i più timorati, che però devono essere eletti a tale scopo dal capitolo generale.
     
  31. Se qualcuno volesse essere frate di quest’Ordine, all'inizio serva Dio nell'Ordine per un anno a spese proprie, tranne il vitto, ritenendo il suo vestiario e tutte le sue cose; e dopo un anno, se al Ministro della casa, ai frati e a lui sembrerà cosa buona e conveniente e vi sarà posto, sia ricevuto. Nulla tuttavia si esiga per la sua ammissione. Se però desse qualche cosa gratuitamente, la si accetti, purché sia tale che non sembri derivarne controversia alla Chiesa. Se sulla condotta di qualcuno vi fossero motivi di dubbio, si faccia di lui una prova più lunga. Se prima dell'ammissione qualcuno si fosse comportato con insubordinazione o insofferenza della disciplina e, a giudizio del Ministro, non avesse emendato i suoi costumi, gli si dia con semplicità licenza di andarsene con tutto ciò che aveva portato con sé. Nessuno sia ricevuto nell'Ordine se prima non risulta che ha compiuto venti anni. La professione sia rimessa al giudizio del Ministro.
     
    S. Felice di Valois cofondatore dell'Ordine
  32. Non accettino dalle mani di un laico pegni, tranne le decime, con licenza del proprio vescovo.
     
  33. Non facciano giuramenti, se non per grande necessità con il permesso del Ministro o per ordine del loro vescovo o di altri che faccia le veci della Sede Apostolica, e ciò per causa onesta e giusta.
     
  34. Se in una cosa messa in vendita è stato notato qualche difetto, lo si indichi al compratore.
     
  35. Non è loro consentito accettare deposito d’oro o d’argento o di denaro.
     
  36. Nello stesso giorno in cui arriva o viene portato un infermo, questi si confessi dei suoi peccati e si comunichi.
     
  37. Ogni lunedì, eccetto che nelle ottave di Pasqua, Pentecoste, Natività del Signore, Circoncisione ed Epifania e nelle festività che vengono proclamate da osservare, finita la messa per i fedeli, si faccia nel cimitero l'assoluzione dei fedeli defunti.
     
  38. Ogni notte, almeno nell'ospizio alla presenza dei poveri, si preghi in comune per lo stato e la pace della Santa Romana Chiesa e di tutta la cristianità, per i benefattori e per coloro per i quali la Chiesa è solita pregare.
     
  39. Nelle ore canoniche osservino la consuetudine del beato Vittore, a meno che pause, altre prolissità e uffici notturni non debbano essere tralasciati, su consiglio d’uomini pii e devoti, per il lavoro e la scarsità di quelli che svolgono il servizio. Per il loro piccolo numero, infatti, non sono tenuti a fare pause tanto lunghe nel salmeggiare, né ad alzarsi tanto presto.
     
  40. Similmente nella rasatura i chierici seguano l'Ordine di San Vittore. I laici invece non radano la barba, ma la lascino crescere modestamente. 
    A nessuno (assolutamente, è lecito infrangere o contravvenire con temeraria presunzione a questo scritto) della nostra concessione e costituzione. 
    (Se qualcuno poi osasse tentare di fare ciò, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio onnipotente e dei suoi beati Apostoli Pietro e Paolo). 
    Dato (nel Laterano, il 17 dicembre dell'anno dell'Incarnazione del Signore 1198, nel primo anno del Nostro Pontificato).

 

  

Regola trinitaria:CARISMA DELL'ORDINE

Gloria alla Trinità e libertà agli schiaviIl termine carisma è preso dalla lingua greca (càrisma) e significa dono, grazia. Tutti i cristiani nel battesimo ricevono il dono della grazia santificante. Questo dono del Padre c’è elargito dallo Spirito Santo in virtù del sacrificio del Figlio. Ogni battezzato è essenzialmente trinitario, vale a dire fedele, devoto della SS. Trinità. La teologia trinitaria, accennata appena, ma forse è il caso di dire adombrata, nel V. T.; c’è stata rivelata apertamente nel Vangelo a partire dalla venuta di Cristo sulla terra: il Padre manda lo Spirito Santo a fecondare il grembo di Maria che partorirà il Figlio. Il brano più sintetico, ma teologicamente e più significativamente trinitario, lo troviamo nel primo capitolo del Vangelo di Giovanni: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il verbo era Dio. […]. Il Verbo si fece uomo ed abitò in mezzo a noi”. Ma perché il Figlio si è incarnato? ce lo dice ancora Giovanni: “Alcuni però hanno creduto in lui: a questi Dio ha fatto un dono: di diventare figli di Dio.
Questo dono, che ogni uomo riceve dalla Trinità nel battesimo, non deve essere considerato un regalo, una cosa strettamente personale da custodire gelosamente, ma deve essere coltivato, accresciuto e deve trasformarsi a sua volta in dono ai fratelli seguendo la chiamata personale.
La sintesi di tutto l’insegnamento biblico è “Ama Dio con tutta la tua mente, con tutto il tuo cuore e con tutto te stesso, ed il prossimo tuo come te stesso”.
Tutta la teologia cristiana è racchiusa nel gran binomio “Trinità/uomo”, e

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la sua terminologia è essenzialmente familiare: Padre, Figlio, figli.
Il carisma personale di S. Giovanni de Matha non è un carisma eccezionale, ma è quello d’ogni fedele. Racchiude, tuttavia, delle particolarità straordinarie.
Il motto: “Ordine della santa Trinità e degli schiavi”, che come abbiamo visto, fregia il rosone dell’ex casa trinitaria di S. Tommaso in Formis, durante il corso dei secoli è stato modificato in “Gloria a te, Trinità, e libertà agli schiavi”. S. Giovanni de Matha, quando diede inizio alla sua istituzione religiosa, aveva ben chiaro in mente il concetto del binomio “Trinità/uomo”.
Facendo riferimento ad alcuni capitoli della Regola, vediamo come S. Giovanni trasferisce all’Ordine il concetto del binomio.
L’intestazione di tutta la Regola è “Nel nome della santa ed individua Trinità”. Il primo capitolo recita: “I frati della casa della santa Trinità vivano sotto l’obbedienza del prelato della loro casa, che si chiamerà Ministro, in castità e senza nulla di proprio”. Da questa lettura risulta chiaro che S. Giovanni volle dedicare alla Trinità l’Ordine intero e le singole dimore, come è chiaro anche la terminologia familiare, che egli volle per il suo istituto. Nel terzo capitolo leggiamo: “Tutte le chiese di questo Ordine siano intitolate al nome della santa Trinità e siano di struttura semplice”. Chiunque voglia essere partecipe del carisma di S. Giovanni de Matha, deve immergersi con tutto se stesso in Dio Trinità.
Dalla lettura del secondo capitolo della Regola, che è la più grande particolarità del carisma dell’Ordine, apprendiamo in che modo S. Giovanni amò il prossimo suo come se stesso: “Tutti i beni da qualunque parte provengano lecitamente, li dividano in tre parti uguali; ed in quanto due parti saranno sufficienti, compiano con essi opere di misericordia, provvedendo insieme ed in giusta misura al proprio sostentamento e a quello dei domestici, che per necessità hanno a servizio. La terza parte, invece, sia riservata per la redenzione degli schiavi che sono stati incarcerati dai pagani per la fede di Cristo: pagando un prezzo ragionevole per il loro riscatto oppure per il riscatto di schiavi pagani, perché poi, a prezzo conveniente e con retta intenzione, sia liberato lo schiavo cristiano commutandolo, secondo meriti e stato delle persone, con lo schiavo pagano. Qualora fosse stato offerto del denaro o qualche altra cosa, anche se data per scopo proprio e specifico, un terzo, sempre con il consenso del donatore, sia messo da parte, altrimenti non venga accettata”. In questo capitolo S. Giovanni sancisce un atteggiamento di rigida fiscalità: “tutti i proventi, … tre parti uguali, … prezzo conveniente”, dovuta al fatto che egli voleva evitare che i suoi frati, col passare del tempo, tesaurizzassero a loro favore gli introiti dell’Ordine e trascurassero il fine per il quale venivano dati ed accettati: il riscatto degli schiavi e le opere di misericordia. È anche evidente la sua formazione teologica: mette in risalto la liceità della provenienza dei beni, la retta intenzione nella permuta tra schiavo pagano e cristiano, ma soprattutto nel fatto che essa deve avvenire tramite la commutazione, vale a dire scambio alla pari. S. Giovanni non volle fondare un Ordine di commercianti, ma una famiglia religiosa; i suoi frati dovevano riscattare coloro che erano stati imprigionati per la fede di Cristo, perché era in pericolo la loro dignità, in quanto erano continuamente sollecitati anche con la violenza ad abiurare la loro fede, ma anche i pagani avevano la loro dignità ed anche loro erano sollecitati a rinunciare ai loro principi, per questo S. Giovanni li riscatta a li commuta con i cristiani.InnocenzoIII conferma la scelta dei fondatori
Nel secondo capitolo, che abbiamo appena letto, S. Giovanni de Matha parla di opere di misericordia. Verso chi fossero rivolte queste opere di misericordia lo apprendiamo dal capitolo 36: “Nello stesso giorno in cui arriva o viene portato un infermo, questo si confessi dei suoi peccati e si comunichi”, e nel 38: “Ogni notte, almeno nell’ospizio alla presenza dei poveri, si preghi in comune […]”. Ai poveri ed agli infermi era destinata la seconda parte degli introiti delle case della santa Trinità, dove erano ospitati, curati e nutriti. Ci sono diverse bolle pontificie e documenti notarili che testimoniano che i locali, destinati alla dimora dei frati, e quelli destinati a nosocomio erano nello stesso plesso; d’altronde i mezzi di sostentamento dei religiosi e dei loro ospiti anche se soggetti a divisione non erano scissi, come abbiamo già visto.
La grande innovazione che S. Giovanni de Matha ha fatto in seno alla Chiesa è stata quella d’istituzionalizzare la povertà evangelica (i frati vivano senza nulla di proprio e la struttura semplice nella costruzione delle chiese), mettendola al servizio della carità (la divisione dei in tre parti, per le opere di misericordia e per la redenzione degli schiavi), e questo come risposta ai movimenti scismatici dei “Pauperistici”. La crescita della Chiesa non è basata sulla rivoluzione, che comporta l’abbattimento dell’ordine precostituito, né sull’evoluzione, che richiede una trasformazione radicale e sostanziale, ma sull’innovazione, vale a dire sul mutamento che avviene all’interno. S. Giovanni de Matha per portare la Trinità nelle case degli uomini propose istanze di rinnovamento tenendo presente le antiche esperienze della Chiesa; non pretese o impose, come chiedevano i movimenti pauperistici, il rivoluzionamento dell’ordine costituito.

 

 

Regola trinitaria: BOLLA D'APPROVAZIONE

BOLLA “OPERANTE DIVINE DISPOSITIONIS” DEL 17 DICEMBRE 1198.
INNOCENZO III APPROVA LA REGOLA DELL’ORDINE DELLA SANTA TRINITÀ E DEGLI SCHIAVI.
(Archivio segreto vaticano: Reg. Vat., vol. 4, ff. 126v-128r.)
Innocenzo, vescovo, servo dei servi di Dio, al diletto figlio Giovanni, Ministro, e ai frati della Santa Trinità, salute ed apostolica benedizione.

Innocenzo III approva la RegolaPosti, per divina disposizione, al vertice della sede apostolica, Noi dobbiamo assecondare i sentimenti religiosi e, quando procedono dalla radice della carità, portarli a compimento, specialmente quando ciò che si cerca e di Gesù Cristo, e l’utilità comune e anteposta a quella privata. 
Poiché, dunque, tu diletto figlio in Cristo, fra Giovanni, Ministro, tempo fa ti presentasti a noi e ti desti premura di manifestarci umilmente il tuo proposito, che si ritiene avere avuto origine da ispirazione divina, chiedendo che la tua intenzione fosse confermata dall’autorità apostolica, Noi, per meglio conoscere il tuo desiderio, fondato in Cristo, fuori del quale non può essere posto stabile fondamento, giudicammo opportuno inviarti con nostre Lettere al Venerabile Nostro Fratello (...), vescovo, e al diletto figlio (...), abate di San Vittore, parigini, affinché da loro, che meglio conoscono il tuo desiderio, informati della tua intenzione e del frutto della tua intenzione, dell’istituzione dell'Ordine e del suo modo di vivere, potessimo con maggior sicurezza e maggior efficacia concederti il Nostro assenso.
Poiché, come meglio abbiamo conosciuto dalle loro lettere, è evidente che voi desiderate più l'interesse di Cristo che il vostro, Noi, volendo che vi assista la protezione apostolica, con l’autorità delle presenti Lettere, concediamo a voi e ai vostri successori la Regola secondo la quale dovete vivere, il cui contenuto il vescovo e l'abate suddetti ci hanno trasmesso allegato alle loro lettere, insieme a quanto, secondo la nostra disposizione e la tua richiesta, o figlio, Ministro, abbiamo creduto di dovervi aggiungere; e stabiliamo che la concessione resti immutata in perpetuo. Il loro contenuto abbiamo disposto che, per sua maggiore chiarezza, fosse qui sotto riportato.

(Nell immagine:Innocenzo III approva la Regola Trinitaria)

 

  

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